Situazione sociale e religiosa al tempo del Tadini

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 Al tempo del don Tadini, per quanto riguarda la situazione sociale e religiosa a Botticino prevaleva una mentalità individualistica. La vita illanguidiva; non vi era nessun astio, nessun rancore, nessuna opposizione, ma una grande indifferenza. Una testimonianza del tempo riferisce: “La popolazione di Botticino Sera era molto in ribasso come vita cristiana... La chiesa nei giorni feriali era deserta..., anche la comunione disertata.... Non vi era alcuna associazione. Botticino era veramente una vite incolta... “Buona gente, ma non coltivata...” dirà appunto Tito Speri.
 Infatti la popolazione si presentava come una massa caotica, una folla anonima, stanca, senza entusiasmo formata in prevalenza da piccoli proprietari. 
 Era molto diffusa la bestemmia contro la quale don Arcangelo si scaglierà nelle sue dottrine. A formare questa mentalità aveva influito, in senso negativo, la presenza di personaggi legati a quel liberalismo rinascimentale che aveva favorito la secolarizzazione della vita e l’anticlericalismo. 
 Si dice che nel palazzo Mazzola (attuale sede della casa Madre delle Suore Operaie) si radunasse una setta massonica di Brescia, della quale il popolo non era al corrente, ma della quale avrebbe assorbito, inconsapevolmente, una influenza di atteggiamenti profani e laicisti.  
 Tra l’altro la staticità pastorale dei tre parroci precedenti che avevano retto per quasi un secolo la parrocchia di Botticino Sera, non aveva certo favorito una maturazione spirituale della gente. D’altra parte le turbolenze della storia che avevano investito Brescia ed i territori limitrofi, a partire dalla Rivoluzione Francese in poi, non hanno certo facilitato l’azione pastorale dei parroci di quel del tempo ed ai problemi nuovi che erompevano un po’ ovunque, essi non avevano minimamente risposto. Il primo, don Piero Ferrari ( parroco dal 1786 fino al 1857) dopo i venti della rivoluzione francese aveva assistito impotente al passaggio delle truppe napoleoniche; il secondo, don Antonio Sigalini (arciprete nel 1811) assiste allo scambio di due padroni stranieri nel territorio Lombardo-Veneto: dal dominio napoleonico a quello austriaco; il terzo don Giacomo Cortesi (parroco dal 1857 fino all’arrivo di don Arcangelo) si trova a dover competere con le scelte laisciste del governo italiano che spogliò anche Botticino di belle cappellanie....  
 In questo contesto storico arriva a Botticino Sera don Arcangelo Tadini.
 Vi arriva come curato l’ultima settimana di novembre del 1885. Il parroco don Cortesi è anziano ed infermo e pertanto don Tadini assume di fatto la funzioni di parroco. Aveva allora 39 anni, già ben temprato dalle esperienze precedenti che lo videro impegnato come curato a Lodrino ed alla Noce.
 A Lodrino trascorre due anni occupato nell’apostolato e come insegnante nella scuola elementare, quindi viene destinato alla Noce in veste di coadiutore della parrocchia dei SS. Nazzaro e Celso e primo sacerdote residenziale di quella frazione dove in effetti svolge quasi tutte le funzioni di parroco. Alla Noce vi rimane per 12 anni. Insegnò nelle scuole elementari, ampliò la chiesa senza averne i mezzi e confidando solo nella Provvidenza.  
 In famiglia lo accusarono di essere malato del “mal di pietra”. Eresse poi il fonte battesimale e ciò gli procurò uno scontro con quei di Chiesanuova che lessero l’avvenimento come un tentativo di sottrazione di autonomia e poco mancò che il contrasto finisse in violenza. Infatti, alcuni scalmanati di notte devastarono il battistero costringendo i Tadini ad abbandonare temporaneamente la Noce. 
 Vi ritornò sollecitato dai fedeli e vi riparò i danni. Subito dopo ebbe a che fare con una grave alluvione causata dallo straripamento del fiume Mella ed in tale frangente venne incaricato dell’assistenza ai sinistrati e vi fece fronte provvedendo al sostentamento di ben 300 persone, distinguendosi per la sua inesauribile carità.  
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